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Aprile 1, 2021
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ROBERTO FERRARI SU KAPPA MAGAZINE 📖 L’intervista del 1997

Nel 1997 internet non aveva ancora preso piede (figuriamoci Google immagini) per cui chi -come me- era fan di anime e manga cercava di rimediare informazioni e immagini su note riviste di settore: Kappa Magazine era una di queste e infatti la compravamo tutti.
Ci fu un numero -per me speciale- in cui uscì la prima, mitica, intervista a Roberto Ferrari, l’unico occidentale che sia mai riuscito ad entrare a lavorare alla Tatsunoko come animatore. Ricordo quel periodo con molto affetto anche perchè di lì a poco vivemmo il nostro primo flirt (leggi qui)

Detto ciò ho pensato di riproporre sulla mia pagina quella memorabile intervista
che forse molti ricordano ma non tutti hanno letto

Intervista finalmente fruibile ai molti stranieri che seguono Roberto: basterà cliccare sulla bandierina corrispondente alla propria nazionalità -posta sulla destra della pagina- per tradurre simultaneamente tutto il testo. Ecco quindi a voi tutta l’intervista integrale comparsa sul mitico numero 59 del maggio 1997! Costo? 6.000 Lire!

Kappa magazine- La modestia è una di quelle virtù che vanno decisamente scomparendo; la modestia abbinata alla bravura, poi, è una specie rara ormai in via d’estinzione. Per questo motivo, quando elementi bravi e modesti spariscono dall’Italia per far emigrare il loro talento in terra straniera -tanto per dirla col titolo di un celebre film- non ci resta che piangere.
Stiamo parlando di Roberto Ferrari, un adrenalinico ventiseienne disegnatore di fumetti, già noto in Italia ai lettori della miniserie fanta-realistica della Star Comics “Hammer” che, spinto da un’incondizionata passione per i cartoni animati della Tatsunoko Production, ha fatto di tutto per raggiungere la sua casa di produzione preferita…e ci è riuscito!
Grazie alla sua incredibile versatilità, Roberto può ‘riprodurre’ decine di stili di disegno (dal manga al fumetto italiano, fino ai comics americani) e renderli contemporaneamente ‘suoi’. Lo abbiamo intervistato per sapere com’è andata nei particolari la sua avventura.

Kappa Magazine– Come sei riuscito a entrare in contatto con la Tatsunoko Production e mostrare i tuoi lavori?

Roberto Ferrari– È accaduto tutto in maniera molto casuale: ero venuto a conoscenza del fatto che Ippei Kuri (pesudonimo di Toyoharu Yoshida) si sarebbe dovuto incontrare a Roma, all’Hotel Victoria, con il signor Tominaga della Doro Tv: essendo uno dei miei miti di gioventù (e lo è tutt’ora), non potevo farmelo sfuggire, e così l’ho atteso per farmi fare un disegno autografato. Sapevo che era sua abitudine disegnare con la matita blu, così mi presentai armato del suo strumento preferito; poi gli mostrai i miei disegni, e lo vidi molto interessato. Così mi chiese di lasciargli alcune  fotocopie dei miei lavori da mostrare ai colleghi al ritorno in Giappone.
Seppi poi che erano molto interessati al tipo di disegni che riprendevano lo stile Tatsunoko degli anni’ 70, ovvero quel tipo di caratterizzazione che conferisce a un personaggio prettamente nipponico una grafica abbastanza occidentalizzata.

Kappa Magazine– E poi, com’è avvenuto il primo contatto con il mondo del lavoro giapponese?

Roberto Ferrari– Per quanto riguarda la burocrazia è stato decisamente difficile, in quanto non puoi restare a lavorre in Giappone con un semplice visto di apprendistato, ma solo con un regolare contratto. Solo che, per avere un contratto con una ditta giapponese, devi dimostrare di aver lavorato come libero professionista nel paese da cui provieni per almeno dieci anni. In pratica è un circolo chiuso dal quale è molto difficile uscire, a meno che non sia la ditta giapponese per cui lavori a volerti a tutti i costi, e a prodigarsi per risolvere ogni questione legale.

Kappa Magazine– Una volta entrato alla Tatsunoko ti sei trovato fianco a fianco con colleghi unicamente giapponesi. Come sei stato accettato?

Roberto Ferrari– Bè, dopo una prima naturale curiosità nei confronti dello straniero che disegna come un giapponese, ho trovato tutti molto disponibili, e così sono stato integrato completamente. Ora mi considerano uno di loro: la Tatsunoko è una vera e propria famiglia che si sposta sempre in gruppo. Se uno va a pesca, tutti lo seguono; se un altro va al karaoke, ci scappa la gara canora di massa; se si organizza un pic-nic, ci partecipano tutti. Per essere integrati in un ambiente di lavoro nipponico, basta non avere mire di successo (immediato, per lo meno) e soprattutto dimostrare di aver voglia di fare. Basti pensare a Ikki Kawajiri, che per il remake di Vampire Hunter se n’è andato a studiare i cimiteri viennesi solo per ricreare le ambientazioni precedentemente realizzate da Yoshitaka Amano.

Kappa Magazine– E a quanto pare, di voglia di fare tu ne hai parecchia:

Roberto Ferrari– All’inizio facevo fatica a comprenderlo anch’io: per la questione del contratto di lavoro, ho lavorato alla Tatsunoko per tre mesi, poi sono tornato in Italia (dove ho continuato a lavorare al remake di Polimar); l’attuale periodo di lavoro, invece, durerà un anno. Comunque, dipende tutto dalle date di consegna. C’è stato un momento in cui ho lavorato contemporaneamente all’ending di Polimar e a Mach GoGo dalle 9:30 del mattino alle 17:30 in casa, per poi correre subito dopo alla sede e fare altro lavoro per Polimar dalle 17:30 alle 6:00 del mattino. In genere gli animatori lavorano di notte per non essere disturbati. Insomma, per due settimane ho dormito solo tre ore al giorno, ma grazie a questo mi hanno fatto i complimenti tutti: ero diventato giapponese!

Kappa Magazine– Qual’è esattamente il tuo ruolo alla Tatsunoko?

Roberto Ferrari– Io sono un ‘gengaman’, ovvero un animatore che realizza i disegni originali non definitivi. Solitamente appena inizi a lavorare in uno studio d’animazione, vieni impiegto come dōgaman e il tuo lavoro consiste nel realizzare disegni d’intercalazione, cioè tutti i minimi passaggi e movimenti che stanno fra quelli prodotti dal gengaman. Solo in seguito sono venuto a conoscenza del fatto che per passare da dōgaman a gengaman è necessario solitamente un decennio d’esperienza, e questo mi ha imbarazzato molto: temevo di suscitare antipatia e rivalità da parte dei colleghi per aver superato di un solo balzo un gradino di dieci anni, e invece non è successo nulla. Comunque non sono l’unico europeo a lavorare nel mondo dell’animazione nipponica: conosco una ragazza di nome Alessandra Weirauch che lavora allo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki.

Kappa Magazine– Elenca alcuni dei tuoi lavori sotto il marchio Tatsunoko.

Roberto Ferrari– Ho realizzato i genga del remake di Mach GoGo, una serie televisiva di 52 episodi che ha iniziato ad essere trasmessa dal gennaio scorso, e ho disegnato anche i manifesti pubblicitari del videogioco relativo; poi ho illustrato pagine a colori della rivista per bambini “Kolo Kolo Comics, un calendario celebrativo della Tatsunoko e le copertine dell’edizione in cassetta di Kashi no Ki Mokku (Pinocchio). Ora sono al lavoro sui genga del remake di Polimar, di cui realizzerò anche molti disegni definitivi.

Kappa Magazine– Dalle ultime produzioni della Tatsunoko si intuisce un cambiamento di direzione per quanto riguarda la caratterizzazione grafica dei personaggi. Sai spiegarci il perchè?

Roberto Ferrari– Per lo stesso motivo che portò la Tatsunoko degli anni Settanta a creare personaggi più realistici – come Polimar, Kyashan, Tekkaman e i Gatchman- in uno stile che ricordava molto quello dei super-eroi americani: si cerca uno stile che tenda il più possibile ai gusti occidentali, in modo da rendere esportabile il prodotto. Dopo il boom di Sailor Moon, poi, quasi tutti gli studi di animazione si stanno dirigendo sempre più verso quel tipo di personaggi, dotati di grande pulizia del segno, occhi grandi e distanziati, spesso tratti appuntiti.

“Neon” creata da Roberto per Volter e una sua fan-art di A-Kite presente nell’artbook Yasuomi Umetsu ArtWorks

Al giorno d’oggi, purtroppo, non avrebbe alcun successo un segno piacevolmente ‘sporco’ e tratteggiato come quello dei primi super-eroi Tatsunoko o come quello di Daitarni III o dell’Uomo Tigre, per intenderci. Fortunatamente c’è chi sa fare capolavori anche con questo tipo di tratto: sto parlando di Yasuomi Umetsu, che considero il mio maestro, il mio senpai. E’ a lui che dobbiamo lo stile dei remake di Kyashan e dei Gatchaman, nonchè l’episodio del lungometraggio Robot Carnival in cui l’inventore s’innamora della bambola androide da lui stesso creata (uno dei più belli – Ndr.).

Robot Carnival – Presence (1987) original Cel from my collection -Tokyotiger

Suo è anche il nuovo Polimar, di cui ha curato gli storyboard; per questo lavoro ho potuto collaborare di persona con lui, dato che ho realizzato i layout preliminari su cui lui ha apportato le modifiche del caso. Yasuomi Umetsu è un ‘sakkan’, ovvero il vero e proprio direttore artistico di un cartone animato, la professione che, in graduatoria si trova sopra il genga-man: si tratta del punto d’arrivo più ambito per un animatore.

Kappa Magazine– Il mese scorso, su Kappa Magazine, abbiamo parlato delle macchine del tempo. Nell’imperante ottica dei remake, vedremo in qualche modo un ritorno delle Time Bokan Series?

Roberto Ferrari– No, per il momento non è in programma nulla del genere. O almeno Hiroshi Sasagawa (regista delle Macchine del tempo, ma anche di successi come Candy Candy- Ndr) non lascia trapelare nulla al riguardo. E’ una delle persone più taciturne e riservate che io conosca, ma alla Tatsunoko è considerato il ‘creativo’ per eccellenza dato che la  maggior parte dei soggetti e delle sceneggiature che poi vedono la luce nascono dalla sua mente in costante fermento. Per quanto riguarda i remake, si stava pensando di realizzare quello di Hakushon Daimaho (il mago pancione Eccì), ma poi non è entrato in produzione perchè considerato per un pubblico troppo infantile.

Kappa Magazine– Per concludere, cosa consiglieresti a un ragazzo che vuole impegnarsi sul fronte dell’animazione giapponese?

Roberto Ferrari– Innanzitutto, di non pensare solo al mercato giapponese. E’ necessario farsi prima un’esperienza nel proprio paese, dato che prima di un colloquio di lavoro, qualunque ditta chiede sempre un minimo di curriculum personale: se prima di quel momento non hai fatto proprio nulla, è molto difficile venir presi anche solo in considerazione. E poi bisogna saper disegnare non solo nello stile più stereotipato dei cartoni animati giapponesi: è necessaria una certa esperienza nel campo del disegno realistico, che viene utile in un sacco di occasioni.

questa fotocopia di Luna non rende giustizia ai colori del disegno originale

Oltretutto, parlando della nuova corrente del character design, va tenuto in considerazione il fatto che ogni casa di produzione attualmente esistente sta cercando stili più occidentalizzati, nuovi, ‘euro-asiatici’, internazionali, per cui chi sa disegnare solo in stile ‘manga’ riuscirà difficilmente a farsi accettare, sia come animatore, sia come fumettista: il mondo sta diventando piccolo, e si va sempre più verso una fusione artistica globale.
E poi bisogna ricordarsi che il Giappone non è l’America (nel senso colloquiale del termine): se parti con l’idea di diventare una grande star del manga o degli anime, sta’ certo che non arriverai da nessuna parte. Gli unici che ce l’hanno fatta sono persone che hanno veramente sputato sangue per il loro lavoro per svariate decine d’anni, e ora hanno quasi tutti i capelli bianchi.

KM-Roberto Ferrari è uno dei pochissimi occidentali che lavorano nel campo dell’animazione nipponica. Rientrato verso la metà di febbraio in Giappone, è stato accolto da Ippei Kuri al grido di “E’ tornato Zorro”, e ha avuto la piacevole sorpresa di scoprire che la sigla del nuovo OAV di Polimar da lui realizzata è stata accettata: il suo nome apparirà quindi nei titoli di coda dell’eroe dal costume scarlatto.

Ma non è finita qui! Dato che molte scene del remake televisivo di Mach Gogo realizzate in Corea non sono piaciute (gli studi d’animazione nipponici esportano molto lavoro nei paesi con manodopera meno costosa), a Roberto è stato affidato il compito di rifarle completamente per l’edizione in videocassetta. Quindi, il secondo episodio della serie automobilistica per eccellenza riporterà il suo nome come sakkan. E così, in pochi mesi, il nostro ha superato di un balzo un altro gradino decennale. A quando una serie tutta sua?

Kappa magazine

I disegni presenti in questo articolo (eccetto lo shikishi di Judo Boy) sono stati realizzti da Roberto tra i 25-27 anni di età. Se volete leggere, con maggiori dettagli, tutta la sua scalata lavorativa in Giappone vi ricordo questo articolo qui.

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